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Centro Ares

Centro per l'ascolto e il trattamento rieducativo di uomini autori di violenza.

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Bullismo: il disagio minorile

Pubblicato il 06 marzo 2017 alle 15.45 Comments commenti (0)


 

Il temine “bullismo”, o “bullying” in inglese, viene definito come fenomeno sociale caratterizzato da azioni di prevaricazione tra pari, dove il “bullo” mette in atto delle azioni fisicamente e/o psicologicamente violente nei confronti della vittima.

 

Dal punto di vista sociologico, come scrive Gensabella Danielai: “il bullismo è una forma di socializzazione disfunzionale derivata dall'esperienza di vita all'interno delle agenzie di socializzazione primaria (famiglia) e secondaria (scuola) in cui a volte vengono trasmessi, direttamente o indirettamente, messaggi contraddittori che disorientano l'individuo”.

 

Secondo Dan Olweus, uno dei massimi studiosi del bullismo, definisce il fenomeno nel modo seguente: “Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato e vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, ad azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”.

 

Il termine in questione non possiede un’accezione univoca ma si possono delineare le principali caratteristiche per riconoscerlo: l’intenzionalità, la persistenza nel tempo e l’asimmetria della relazione. I comportamenti del bullo vengono considerati intenzionali, egli agisce con prepotenza e aggressività allo scopo di danneggiare la vittima. Tali azioni sono soggette all’attenzione delle principali agenzie educative, ovvero la scuola e la famiglia, specialmente quando persistono e si ripetono nel tempo; nel rapporto tra l’aggressore e la vittima si rileva uno squilibrio di forza e di potere dove uno agisce assumendo una posizione di superiorità verso chi subisce l’azione offensiva, spesso derivato dalla differenza di età, dal genere e/o dalla forma fisica.

 

A seconda delle azioni che il bullo decide di mettere in atto al fine di recare danno alla vittima, esistono varie forme di bullismo: diretto e indiretto

 

* Diretto: comportamenti bullistici intenzionati ad aggredire fisicamente e/o verbalmente la persona. Rientrano in questa categoria azioni come percosse, picchiare, spingere, calci, minacciare, deridere, ecc…

 

* Indiretto: comportamenti bullistici poco visibili ma che danneggiano la persona dal punto di vista relazionale con i pari. Ad esempio, pettegolezzi, esclusione dal gruppo, isolamento, ecc…

 

Azioni indirette si presentano frequentemente all’interno dei gruppi con prevalenza femminile, che hanno una propensione a diffondere voci verso un soggetto dello stesso sesso; azioni dirette, invece, si manifestano maggiormente nei maschi, i quali utilizzano come strumento d’azione la violenza fisica.

 

Secondo alcune ricerche si è riusciti a descrivere le caratteristiche dei protagonisti del bullismo, individuando anche la presenza di terzi che giocano un ruolo da non sottovalutare all’interno del gruppo.

 

Secondo Dan Olweus, il bullo necessita di dominare gli altri agendo in maniera aggressiva non solo nei confronti dei compagni ma anche, a volte, nei confronti

 

degli insegnanti e dei genitori. Possiede una scarsa capacità di comprendere lo stato d’animo della vittima; per mezzo della sua forte corporatura, il bullo manifesta la necessità di tenere sotto controllo le azioni delle vittime, costringendo loro a munirsi di denaro, cibo, sigarette e oggetti di valore.

 

Per quanto concerne le vittime, si è riusciti ad individuare delle caratteristiche appartenenti ad entrambi i generi. Si possono distinguere due tipologie di vittime: la vittima passiva e la vittima provocatrice. Le prime sono persone deboli, ansiose e con scarsa autostima svalutata dai continui comportamenti bullistici; presentano una scarsa autostima di sé stessi; a scuola non hanno un rapporto di amicizia con un compagno, a causa della loro solitudine e difficilmente riescono a creare delle relazioni amicali. La vittima provocatrice, a differenza di quella passiva, risponde alle azioni violente con comportamenti aggressivi, avvalendosi delle sue doti fisiche, anche se inefficaci. Il soggetto è generalmente di sesso maschile con problemi di concentrazione e si atteggiano facendo emergere reazioni negative da parte dei compagni; viene definita come una persona ansiosa, irrequieta che suscita irritazione. Secondo alcuni studi, le vittime ansiose si sentono più libere di scegliere dall’ambiente di cui fanno parte solo dall’età di 23 anni.

 

Negli episodi di bullismo, oltre alla presenza del bullo e della vittima, prendono parte non attivamente anche gli spettatori: il sostenitore del bullo, il quale lo incita nelle sue azioni aggressive; il difensore della vittima e l’esterno, ovvero colui che non cerca nessun coinvolgimento diretto.

 

Come possiamo contrastare il fenomeno del bullismo?

 

Secondo alcune ricerche condotte nelle scuole elementari e medie di Milanoii, si è potuto verificare che nonostante azioni di bullismo sono meno frequenti nelle scuole elementari è necessario intervenire in questo periodo avviando delle iniziative di prevenzione, al fine di evitare lo sviluppo di comportamenti prevaricatori.

 

In base a dati statistici dell’Istat, nel 2014 il 50 % dei ragazzi tra 11-17 anni hanno subito comportamenti offensivi da parte di ragazzi nei 12 mesi; al Nord il 23% dei 11-17enni sono state vittime di soprusi assidui.

 

Il fenomeno del bullismo è in continua crescita ed oltre ad interessare i giovani, coinvolge anche la sfera familiare, scolastica e amicale. Agli insegnanti sono spesso affidati classi numerose ed ingestibili causando la mancata osservazione di azioni violente e/o offensive; la famiglia spesso non viene a conoscenza di episodi di bullismo e ciò comporta un indebolimento del rapporto scuola-famiglia e genitore-figlio.

 

E’ necessario avviare negli istituti scolastici, a partire dalle scuole primarie, dei programmi di prevenzione con interventi che dovrebbero limitare l’incremento del fenomeno:

 

* Socializzare i ragazzi ai rapporti non solo con chi definiscono simili ma anche con compagni che possiedono delle caratteristiche che li differenziano dagli altri. Ciò non obbliga i ragazzi ad abbandonare le relazioni già sviluppate ma a rispettare le diversità culturali, religiose, sessuali e fisiche.

 

* Informare gli studenti delle caratteristiche del fenomeno del bullismo, al fine di sensibilizzarli all’osservanza e all’isolamento di atti prevaricatori.

 

* Riorganizzare il lavoro degli insegnanti, al fine di lasciar spazio ai lavori di gruppo che spingono i ragazzi a condividere visioni diverse.

 

* Intensificare i rapporti scuola-famiglia, qualora si necessiti di un reciproco aiuto con lo scopo di migliorare la vita scolastica degli studenti.

 

In conclusione, l’invito che segnalo alle istituzioni scolastiche e alle famiglie è di non sottovalutare atti di prevaricazione considerate poco rilevanti ma di sensibilizzare gli studenti al dialogo, al confronto e al rispetto delle diversità. Fondamentale, e spesso trascurato, è il ruolo dei professionisti (psicologi, sociologi ecc…), i quali forniscono le competenze e gli strumenti necessari per riconoscere e limitare atti di prepotenza tra i ragazzi.

Sibel Halimi


 

Sitografia:

http://www.anslombardia.it/il-bullismo--la-vittima-e-una-sola-.html

 

http://www.istat.it/it/files/2015/12/Bullismo.pdf?title=Bullismo++tra i http://www.anslombardia.it/il-bullismo--la-vittima-e-una-sola-.html ii http://www.stopalbullismo.it/bullismo.html

LA VIOLENZA NELLA NOSTRA QUOTIDIANITA'

Pubblicato il 05 febbraio 2017 alle 11.50 Comments commenti (0)

Questo elaborato ha voluto discutere di violenza da un punto di vista sociologico. Ciò sia perché la riflessione sul versante sociologico è ancora rarefatta, sia per de-costruire alcuni miti che ancora circondano tale fenomeno sociale. Infatti, la violenza è capace di ristrutturare l’identità di una persona.


 

Le domande su cui abbiamo voluto indagare sono diverse:

 

  • Che cos’è la violenza?
  • Che cosa lega la violenza al contesto?

 


Queste domande ci permetteranno di fare un excursus sociologico e di comprendere come tale violenza sia parte di noi e dei nostri riti quotidiani.


Neghiamo a noi stessi che di tale violenza l'uomo si sia sempre servito nel corso della storia: dalla violenza usata come strumento di potere, agli stupri di massa, fino al suo utilizzo come strategia politica, per poi arrivare alla formazione della società odierna, in cui tale agire non ci sconvolge e non ci stupisce, anzi. Negli anni la violenza ha assunto un carattere diverso, talmente diffuso nelle nostre società da non renderci conto che invade e ci coinvolge da vicino. Ciascun attore sociale agisce, nella propria quotidianità, violenza sia a livello verbale che non verbale. Proprio perché siamo attratti da essa, ci trasmette quasi un senso di curiosità a tal punto da praticarla quotidianamente senza prestarci particolare attenzione. Siamo offuscati e non ci soffermiamo ad assumere consapevolezza di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. A tal punto da diventare noi stessi “violenti” anche grazie alla dimensione corporea come strumento per ferire l’altro.


In tutto questo, ogni persona pensa che la violenza sia al di fuori del proprio contesto sociale, che non faccia parte della propria quotidianità. La sua presenza è invece una costante, come possiamo facilmente osservare prendendo in esame gli stimoli ai quali siamo esposti attraverso i mass media e gli innumerevoli prodotti cinematografici basati su tematiche legate a violenza, devianza e criminalità. Ogni persona subisce poi influenze di varia natura e legate a contesti differenti come l’ambito familiare, scolastico, lavorativo o amicale. Molto spesso, per proteggersi, ogni attore sociale assume diverse facce a seconda del contesto in cui si trova, dove agisce o subisce. Nei diversi contesti in cui viviamo, ogni violenza è basata sulla relazione tra io – tu, dove concepiamo che è innescata sulla base della relazione che intercorre tra due soggetti. Nel contesto familiare, in cui i componenti possono imporci diverse regole, orari che vanno a modificare i nostri ritmi, la nostra routine, luogo in cui nascono visioni diverse, a volte opposte, possono far generare rabbie represse, per poi sfociare in violenza. Per queste motivazioni, alcune manifestazioni di rabbia risultano maggiormente incrementate tra familiari, essendovi un legame più stretto. E il conflitto viene percepito con maggior enfasi. Nel contesto lavorativo, dove la competizione che si instaura tra l’individuo e i colleghi di lavoro può sfociare in episodi di incomprensione e di conflitto per rimarcare il proprio ruolo professionale e farsi riconoscere come promotore di professionalità e sicurezza. Rabbia e violenza possono accentuarsi a causa del titolare, oppure per una mancanza di retribuzione o per la percezione di una svalutazione del nostro operato.

Nel contesto del gruppo dei pari, quotidianamente, a livello lessicale, agiamo violenza.

Viene a delinearsi il fatto che spesso non troviamo altro mezzo se non l’insulto per sfogare le frustrazioni e le angosce, dove rabbia e violenza sono accumulate da tempo. Un’ulteriore fattore da tenere in considerazione, nel gruppo amicale, è che per non perdere la “faccia” possiamo assumere certi comportamenti violenti rispetto ad altri, a partire dal livello verbale. Ci comportiamo cosi, per dimostrare a chi appartiene a quel determinato gruppo sociale il nostro ruolo di leadership, colui che possiede il potere maggiore nelle decisioni e scelte. Tali forme di agire sociale non sono altro che manifestazioni della propria autorità su un’altra persona.

Questa multi-variabilità si ripercuote anche nel contesto della scuola, tra compagni di classe, in cui si possono delineare due figure principali ovvero aggressore e vittime. Da una parte abbiamo colui che agisce per ferire e tende a prevalere sull’altro, deridendolo e facendolo sentire inferiore. Dalla parte opposta abbiamo la vittima, un individuo che subisce, a volte senza neanche ribellarsi e prova sentimenti di oppressione e di soffocamento per non essere in grado di contrastare tale portata violenta. Ogni persona vuole essere estranea al fenomeno della violenza, anche quando ha agito violenza nei confronti di un altro soggetto. Nelle società odierne contemporanee, tra i giovani, sono nate nuove forme di violenza, da un semplice scherzo non si riesce a comprendere quando superiamo i limiti nostri e quelli degli altri. Di conseguenza, la situazione si trasforma in un episodio di violenza, questo ci fa comprendere che i nostri limiti non sono quasi mai i limiti di un'altra persona. Dobbiamo cercare di capire che i nostri bisogni sono diversi e hanno una rilevanza differente per ciascun individuo, ma quando ci rendiamo conto che, per veder soddisfatto un nostro bisogno, abbiamo calpestato quello di un altro, forse siamo vicini alla consapevolezza di aver messo in atto una forma di prevaricazione sull'altro.

Come ci sentiamo?


Abbiamo compreso che la violenza è una categoria interpretativa molto ricca. Si tratta di un concetto relativo, relazionale e dinamico, che va oltre un sistema di definizione di tipo descrittivo, ed è per questo che le diverse forme di violenza devono essere individuate, comprese, interpretate e spiegate. Perciò le dinamiche di gruppo, nel tempo, diventano più complesse. Al giorno d’oggi i conflitti scaturiscono tra persone e si manifestano tramite insulti e provocazioni, fino a sfociare in forme fisiche di violenza tra due attori sociali. Spesso gli altri membri del gruppo non intervengono ma anzi, incitano al conflitto anche grazie all’uso di frasi oppure con supporti tecnologici dove la “rissa” viene filmata. Dunque, se agiamo rabbia e violenza in ogni contesto sociale, possiamo affermare che è talmente radicata nelle nostre vite, da non riuscire ad estirparla. Come sosteneva il sociologo E. Durkheim, in ogni persona sono presenti due parti, sacro e profano, ciascuna di esse serve ed è necessaria per raggiungere un equilibrio nella persona. Due forze opposte che si attraggono e contemporaneamente lottano tra loro.


 

In sintesi, delineare una vera e propria definizione di violenza è un compito non semplice, le difficoltà che si possono riscontrare sono però ampiamente ricompensante dai diversi contesti sociali in continua evoluzione. Questi sistemi diversi fanno in modo da rendere l’agire violento, parte integrante di noi e della complessità sociale circostante.


 

A cura della dott.ssa Gioia Merlo

Acting out

Pubblicato il 05 febbraio 2017 alle 09.55 Comments commenti (0)

SAPEVI DI FARE ACTING OUT?!

QUANDO L’AGIRE DIVENTA IL PRINCIPALE VEICOLO DI COMUNICAZIONE

Prospettive e limiti


Quante volte, nella quotidianità, ci sentiamo sovraccaricati e cerchiamo di evitare emozioni o pensieri spiacevoli che riguardano noi stessi?

Ci capita mai, in questi momenti, di agire senza riflettere?

Possiamo reagire con diverse modalità:

 

  •  comportamenti violenti lesivi, verso sè stessi, le cose o altre persone;
  •  assumendo alcool o droghe, in modo da alterare il nostro stato mentale;
  •  correndo in auto, in modo da mettere in repentaglio la nostra o la sicurezza altrui;
  •  Mangiando in modo compulsivo o, all’opposto, rifiutando il cibo;
  •  Aquistando oggetti inutili, di cui non abbiamo bisogno;
  •  giocando d’azzardo;
  •  spostando l’attenzione nella sfera della sessualità.

 

Se la risposta è affermativa, probabilmente stiamo facendo acting out.

In psicologia psicodinamica l’acting out è un meccanismo di difesa, un’operazione mentale difensiva che ci aiuta a proteggerci quando la sofferenza è percepita come eccessiva. Tale manifestazione può minacciare il nostro grado di controllo e previsione degli avvenimenti.

L’acting out si caratterizzerebbe quindi come modalità di aggiramento, in modo compensatorio, quasi illusorio, di uno snodo conflittuale relazionale non risolto.

Di conseguenza, per il suo mancato riconoscimento e accettazione da parte della persona, viene facilmente riattivato e rivissuto quando una situazione relazionale è simile o per qualche aspetto ci ricorda una situazione vissuta precedentemente.

Come tutti i meccanismi di difesa presenta una sua utilità, ovvero ci permette di allontanarci, di non pensare e ci trasmette una sensazione di attività, indipendenza e potenza in opposizione al vissuto di passività, dipendenza e impotenza rispetto all’ambiente e alle persone che ci circondano. Dunque, una fonte di sollievo non é sempre funzionale alla nostra crescita personale.

Infatti, se impiegato in modo eccessivo ed esclusivo, può diventare un limite e comportare una regressione della nostra persona, poiché ci impedisce di stare a contatto con il nostro malessere. Differentemente, se ascoltassimo con coraggio e consapevolezza questo nostro stato di sofferenza, potremmo aprirci a nuove possibilità e all’individuazione di soluzioni alternative.

Sulla base della frequenza del comportamento “deviante” potremmo parlare di: personalità masochistica o antisociale, personalità tossicomane o alcolizzata, personalità impulsiva e/o compulsiva, disturbi alimentari o da gioco d’azzardo, ninfomania o sindrome da Don Giovanni. Rimanendo facilmente vincolati e incastrati in nominalismi che producono e mantengono un’identità che ci allontana, creando barriere e schermi, dall’esplorazione e dalla comprensione delle nostre zone “oscure”. Queste zone sono alla base della comprensione di alcuni nostri comportamenti.

Di fronte a certe azioni che hanno molto spesso dell’eccessivo e del provocatorio (vengono utilizzate proprio in quanto anormali e al limite, altrimenti passerebbero inosservate) è facilmente comprensibile la tentazione del giudizio, che mostra il rifiuto di stare a contatto con la nostra e l’altrui parte fragile, imperfetta e bisognosa.

Giudizio che può trasformarsi in pregiudizio, può quindi essere vissuto in modo denigratorio e costrittivo sia verso di sé che verso gli altri, in questo senso può rivelarsi una manovra gratuita e persecutoria, che non apre ad uno spazio di autocorrezione, revisione e libertà.

O la tentazione, all’opposto, della commiserazione, della vittimizzazione, vissuta verso se stessi (“Capitano tutte a me!”) o verso l’altra persona, che può portare per questo a situazioni di giustificazione o al progetto di sostituirsi all’altro per salvarlo.

Tutte manovre che non aiutano la persona implicata ad acquisire una maggiore consapevolezza delle proprie parti offuscate, si rivelano dunque tentativi fallimentari.

Oltre alle possibili risposte di reazione all’acting out siamo sicuri di aver capito bene che cosa lo caratterizza?

Un esempio ci può aiutare a chiarire e ad approfondire in che cosa consiste e come si attivi l’acting out in una situazione di vita concreta.

Posso avere avuto, ad esempio, un trascorso passato in cui i miei genitori non mi hanno riconosciuto o accettato per quello che ero, o per lo meno io ho colto questo nei loro comportamenti e mi sono sentito/a di conseguenza (triste, arrabbiato, deluso, con un senso di vuoto incolmabile interno…).

Rispetto a ciò, può essere che non ne sia totalmente consapevole, che in parte ho rimosso e negato o distorto gli eventi per evitare di vedere come stavano realmente le cose, per evitare di soffrire. Non ho dunque accettato questa privazione e perdita nella relazione familiare come figlio/a.

Nel rapporto di coppia o in un’amicizia, in legami o situazioni in cui la risposta dell’altro può essere facilmente vissuta a conferma o disconferma di essere una persona di valore e/o degna d’amore; durante un conflitto o un litigio posso rivivere queste sensazioni, trovandomi in una situazione affine, con le stesse aspettative e gli stessi bisogni che rivolgo ora a un'altra persona.

Se provo una delusione, posso arrivare ad agire anziché stare nel pensiero, per cercare di liberarmi, ma anche per comunicare la mia delusione per le aspettative tradite e infrante, per il malessere di cui ritengo ora l’altra persona responsabile.

“Butto fuori anziché tenere dentro”, in quanto non sono mai riuscito a rendermi conto e ad assumermi la responsabilità ed il peso del mio bisogno e desiderio (comporta l’accettazione in uno spazio di solitudine), delegandolo continuamente alla richiesta di soddisfazione da parte dell’altro.

In questa maniera può diventare colpa dell’altro, e posso provare rabbia verso l’altro e non solo verso me stesso (l’acting out mostra rabbia auto-etero aggressiva). Di conseguenza acquisto anche un grado di controllo attraverso la situazione esterna, che di fatto serve per controllare la mia instabile e precaria situazione interna su cui non ho di fatto controllo.


L’acting out esprime quindi:


• una richiesta di aiuto, di attenzione indirizzata all’altra persona, che pone l’accento sui propri bisogni e le proprie richieste in maniera egocentrica (in quanto si ha difficoltà a svilupparle da sé).

• Un attacco alla relazione (in base al proprio passato e alle deprivazioni subite si anticipa che la risposta dell’altro alle proprie necessità sarà probabilmente negativa ed escludente, per questo si reagisce in maniera così disperata ed invischiante verso l’altro, vi è il tentativo di fare breccia nell’indifferenza).

• Un messaggio ambivalente e ambiguo, dove vi è un alto grado di aggressività ma anche di carica affettiva (“amore o morte” molto spesso è il messaggio nascosto (https:/www.youtube.com/watch?v=wRafPEb0ZhI), non sempre facile da decifrare, che pone il rischio per chi lo compie di continuare ad estraniarsi e deresponsabilizzarsi rispetto il problema, non essendone padrone e per questo indirizzandolo ad un altro (manovra delegante molto pericolosa dagli esiti incerti, che può, in caso di non accoglienza, rialimentare altri gesti di acting out).

 

Nell’acting out non siamo dunque consapevoli della relazione tra i nostri pensieri, le emozioni e i successivi comportamenti che decidiamo di adottare e affidiamo alla risposta dell’altro quella cornice di comprensione e contenimento che non riusciamo a darci da soli.

Acting out come risposta al vuoto quindi, un vuoto da cui spesso fuggiamo in quanto abbiamo difficoltà ad avere un dialogo interiore che sia esclusivo e non coinvolga la presenza rassicurante e compensatoria di un'altra persona.

Una presenza a se stessi che spesso manca in chi compie acting out. Solo attraverso una profonda conoscenza e consapevolezza delle conferme che ricerchiamo all’esterno possiamo rendere più libero il nostro rapporto di interazione con l’altro.


Resta quindi da chiederci come ognuno di noi si dispone verso questi snodi che ho in parte affrontato in questo mio scritto:


• Che significati e quale senso personale acquistano, nella relazione con l’altro, i nostri gesti di acting out?

• Come ci disponiamo nella relazione con l’altro? Di quali bisogni e aspettative lo investiamo?

• Da quale sfondo i nostri gesti di acting out si articolano e prendono vita?

• In che modo alternativo potremmo rendere partecipe l’altro delle nostre esigenze?


É fondamentale porsi la domanda, non per avere una risposta di sicurezza, ma per compiere un viaggio, una scoperta sia nello spazio della propria solitudine che nella relazione. Il porsi domande, l'interrogarsi ci permette di acquisire forza e capacità di pensiero frenandoci dall’esigenza di agire.

 

 


A cura della Dott.ssa Silvia Gauro

 

I presupposti del Centro Ares

Pubblicato il 30 settembre 2016 alle 11.05 Comments commenti (0)

L’associazione Ares, primo centro della regione veneto per l’ascolto e il trattamento rieducativo di uomini autori di violenza domestica e di genere, nasce nel 2013 a Bassano del Grappa (VI) innanzitutto come presa di coscienza, di fronte al fenomeno della violenza sulle donne, della necessità di istituire un servizio di presa in carico rivolto specificamente all’uomo autore di violenza domestica. Se da una parte, infatti, l’obiettivo prioritario rimane quello della protezione e della messa in sicurezza delle donne vittime di abuso (fisico, verbale, psicologico e sessuale), dall’altra è la stessa letteratura scientifica ad evidenziare come questo tipo di intervento (quello sulle vittime) risulti essere necessario ma non sufficiente a livello di strategie di contrasto alla violenza intrafamiliare.

Diversi autori hanno evidenziato, a tal proposito, che una volta lasciate le strutture di accoglienza, molte donne facevano rientro nelle proprie abitazioni, ristabilendo la convivenza con il partner abusante ed esponendosi nuovamente al rischio di ulteriori violenze (Hamberger e Hastings, 1993; Jennings, 1987). Inoltre, è stato riscontrato che molti autori di violenza domestica tendevano a rimettere in atto le medesime condotte violente anche su eventuali nuove partner (Gondolf, 1987). Così, se da un lato, la misura penale, da sola, si rivela spesso insufficiente al fine di produrre un reale cambiamento e l’abbandono della condotta abusiva da parte dell’autore di violenza domestica (Baldry, 2013), dall’altro emerge sempre più chiaramente la necessità di intervenire direttamente sull’uomo violento dal punto di vista trattamentale e rieducativo al fine di modificarne il comportamento (Feazell et al., 1984).

È questa la prospettiva fatta propria da diversi organismi internazionali, con l’obbiettivo di promuovere strategie di contrasto alla violenza intrafamiliare che prevedano la necessità di intervenire anche sugli autori. Tematica affrontata dallo stesso Consiglio d’Europa, con la conseguente sollecitazione degli Stati membri ad attuare “Programmi di intervento” volti ad aiutare gli autori della violenza in un processo di responsabilizzazione e di abbandono delle condotte violente[1].

 

Nasce da questo tipo di riflessioni, quindi, la creazione di uno spazio di ascolto rivolto a uomini che hanno agito o agiscono violenza nei confronti della propria compagna. Naturalmente, la violenza domestica si manifesta in molteplici e diverse forme (fisica, psicologica, economica, verbale, sessuale e stalking) e per configurarsi come tale non richiede la compresenza di tutti questi comportamenti. Allo stesso tempo, la violenza non è una malattia, ma si configura come una modalità relazionale il cui determinarsi risulta associato a diversi fattori socio-culturali, individuali e di coppia.

L’associazione Ares è stata fondata ufficialmente il 17 gennaio 2014 e sono circa 40 gli uomini che spontaneamente, o su invito delle Istituzioni, hanno deciso di iniziare un percorso di cambiamento il cui obiettivo si identifica nell’abbandono di qualsiasi condotta violenta e nella costruzione di strategie alternative di comportamento. Nel fare ciò, il Centro Ares si avvale di operatori esperti e specializzati nella conduzione di programmi di trattamento per autori di violenza, potendo contare su un’equipe multidisciplinare e su una costante supervisione. Il nostro intervenire volge attorno al perno della progettualità e della libertà: una volta riconosciuta la propria responsabilità rispetto all’agito violento nei confronti della partner, è l’uomo stesso a doversi riconoscere libero di scegliere e di cambiare; compito dell’operatore sarà quello di accompagnare la persona verso il cambiamento e l’abbandono della violenza. Il fine ultimo degli incontri individuali e di gruppo è suscitare una libera programmazione di vita nella persona, affinché il cambiamento relazionale e individuale sia profondamente motivato e interiorizzato e riesca a guidare l’uomo colpevole di violenza attraverso le mutazioni che la sua esperienza di vita potrà incontrare.

Concludendo questa breve presentazione, va sicuramente sottolineato che la presa in carico dell’uomo maltrattante dal punto di vista trattamentale rappresenta solamente una parte delle strategie di contrasto alla violenza domestica, e va resa operativa senza perdere di vista l’obbiettivo primario di una programmazione efficace della totalità degli interventi necessari, in ambito penale, sociale e individuale (sulla vittima e sull’autore), per far fronte al fenomeno nella sua totalità. Ciascun programma di intervento sull’abusante si inserisce in un contesto politico e socio-culturale più ampio; costituisce, infatti, solamente una parte delle più complesse strategie di intervento che gli Stati devono adottare nei confronti della violenza domestica: strategie che prevedono l’integrazione di “provvedimenti legislativi, Piani nazionali o altri atti relativi alle linee di azione e agli obiettivi riguardanti in genere diversi ministeri, organi di polizia, il sistema dei servizi e quello giudiziario, nonché azioni svolte dalle istituzioni in tema di sensibilizzazione, formazione, prevenzione” (Bozzoli, Merelli, Ruggerini, 2013, p. 36).

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Dott. Mattia Bordignon

Direttore del Centro Ares

 

 


BIBLIOGRAFIA

Baldry, A. C., Ferraro, E. (2008), Uomini che uccidono. Storie, moventi e investigazioni. Centro Scientifico Editore, Torino.

Baldry, A. C., Roia, F. (2011), Strategie efficaci per il contrasto ai maltrattamenti e allo stalking. Aspetti giuridici e criminologici, FrancoAngeli, Milano.

Baldry, A. C. (2013), Dai maltrattamenti all’omicidio. La valutazione del rischio di recidiva e dell’uxoricidio, FrancoAngeli, Milano.

Bordignon M. (in press), L’intervento sull'autore di violenza domestica: verso la definizione di un'identità. ln Vanzo B. (Ed.) “Il maschio in trappola. Avvicinamenti multidisciplinari alla violenza di genere.” Edizioni Paoline, collana Psicologia e Personalità, Milano.

Bozzoli, A., Merelli, M., Ruggerini, M. G. (a cura di) (2013), Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento, Ediesse, Roma.

Dutton, D. G. (2007), The Abusive Personality. Violence and control in Intimate Relationship. The Guilford Press, New York.

Feazell, C. S., Mayers, R. S, Deschner, J. P. (1984), Services for men who batter: Implications for programs and policies, Family Relations, 33, 217-223.

Gondolf, E. W. (1987), Evaluating programs for men who batter: Problems and prospects, Journal of Family Violence, 2, 95-108.

Hamberger, L. K., Hastings, J. E. (1991), Personality correlates of men who batter and nonviolent men: Some continuities and discontinuities, Journal of Family Violence, 6, 131-147.

Hamberger, L. K., Hastings, J. E. (1993), Court-mandated treatment of men who assault their partner: Issues controversies and outcomes, in Hilton, N. Z. (ed.), Legal Responses to Wife Assault: Current Trends and Evaluation, Sage, Newbury Park.

Jennings, J. (1987), History and issues in the treatment of battering men: A case for unstructured group therapy, Journal of Family Violence, 2, 193-213.

Merzagora Betsos, I. (2009), Uomini Violenti. I partner abusanti e il loro trattamento, Raffaello Cortina Editore, Milano.



 

 

 

 

 

[1] Raccomandazione Rec (2002)5 del Comitato dei Ministri agli Stati membri dell’Unione Europea sulla protezione delle donne dalla violenza, par. 50-53. Si veda online all’indirizzo: www.coe.int/equality/.

Un'introduzione

Pubblicato il 30 settembre 2016 alle 11.00 Comments commenti (0)

Attraverso l'apertura di questo blog, il centro Ares vuole farsi promotore di uno spazio di confronto sul tema della violenza.

Con frequenza quotidiana i media mettono in rilievo casi di violenza agita da uomini contro donne. Quali sono le strategie di contrasto e di prevenzione di questo fenomeno? Quali riflessioni apre la possibilità di agire direttamente alla causa?

Tramite questo strumento cercheremo di darci delle risposte e di condividere, con Voi, alcune riflessioni.

 

Proprio visto che ci apprestiamo ad iniziare insieme un cammino, che speriamo vivamente si riempirà di compagni di viaggio, vogliamo proporvi una riflessione sull'inizio della violenza.

 

Quando inizia la violenza? Quando si inizia il litigio che porta a tale gesto? Oppure alle prime urla? Inizia la prima volta che si alzano le mani per fendere l’altro? O scaturisce dalle piccole cose che fanno della vita con un’altra persona una relazione di coppia? Andiamo perciò ancora oltre per trovare l’inizio di tutto, e lo cerchiamo dalle prime mancanze di amore da parte dell'altro? Ancora più distante nelle passate esperienze di dolore? Si può stabilire quindi a fronte di ciò dove sia iniziata la violenza?

 

Questa è una delle infinite domande alle quali ci si trova a rispondere se si lavora con l'Altro, domande che contribuiscono rende questo lavoro fertile di vita, anche negli anfratti carichi di dolore.

 

L'obbiettivo del presente Blog è quello di sensibilizzare, divulgare e stimolare nuove riflessioni su una modalità diversa di intendere la maschilità e le strategie di prevenzione e contrasto al fenomeno della violenza di genere.

Nuove modalità che non vanno certo intese come contrapposte agli interventi di protezione e messa in sicurezza delle vittime. Rimane questo l’obiettivo prioritario di qualsiasi strategia di contrasto alla violenza intrafamiliare.

Allo stesso tempo, è la struttura sociale nel suo complesso che deve farsi promotrice di un cambiamento possibile, un cambiamento che non può e non deve essere responsabilità esclusiva del femminile.Ma del femminile e del maschile insieme.



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